Glifosato nel grano: perché leggere l’etichetta è diventato fondamentale
Quando si parla di glifosato, spesso si entra in un terreno fatto di opinioni contrastanti, studi scientifici, normative diverse e informazioni che possono confondere il consumatore.
Questo articolo non ha la pretesa di fornire una risposta definitiva a un tema così complesso. L’obiettivo è molto più semplice: invitare a riflettere sull’importanza di conoscere l’origine degli alimenti che portiamo ogni giorno sulle nostre tavole.
Quando acquistiamo un pacco di pasta, una confezione di biscotti o un pacco di farina, spesso guardiamo il prezzo, il marchio o la data di scadenza. Raramente ci soffermiamo sulla provenienza delle materie prime.
Eppure è proprio lì che si nasconde una delle informazioni più importanti per chi vuole sapere davvero cosa porta in tavola.
Il dibattito sul glifosato ci insegna una lezione semplice: conoscere l’origine del grano non è una moda, ma una scelta di consapevolezza.
Cos’è il glifosato e perché se ne parla tanto?
Negli anni il tema del glifosato è stato oggetto di studi e discussioni, ponendosi al centro di valutazioni, talvolta anche contrastanti, da parte della comunità scientifica mondiale e toccando anche questioni legate ad aspetti economici e politici.
Il glifosato è l’erbicida più usato nel mondo.
È stato brevettato nel 1974 dal colosso dell’agrochimica Monsanto col nome commerciale Roundup.
Distribuendo il glifosato sui campi si elimina ogni erbaccia o pianta, tranne quella resistente che si desidera coltivare. Si aumenta così la resa per ettaro e si riduce l’impegno per gli agricoltori.
Il brevetto della Monsanto è scaduto nel 2001 e da allora il glifosato è prodotto da un gran numero di altre aziende.
Sul grano viene usato anche prima del raccolto a fine estate, per seccare chimicamente le spighe ed evitare che le piogge, in un clima umido come quello canadese, rovinino il raccolto.
È una tecnica che viene chiamata pre-harvest, preraccolto.
Nel 2015 l’agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC) classificò il glifosato come “probabilmente cancerogeno per l’uomo”.
Successivamente altre autorità europee, come l’EFSA (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare) e l’ECHA, (l’Agenzia europea per le sostanze chimiche) hanno invece ritenuto che le evidenze disponibili non fossero sufficienti per classificare il glifosato come cancerogeno nelle normali condizioni di utilizzo.
Ma come è possibile che due istituzioni di altissimo livello, lo Iarc e l’Efsa, dicano l’opposto? Secondo Fiorella Belpoggi, Istituto Ramazzini, L’Efsa si è limitata a prendere in carico il lavoro fatto dalla Bfr, (l’agenzia per la valutazione del rischio tedesca). Si noti che la Germania è il paese in cui ha sede uno dei principali produttori globali di glifosato, la Bayern.[1]
Anche altri enti, come l’OMS e la FAO, hanno espresso valutazioni più rassicuranti, ma hanno previsto comunque misure cautelari, come il divieto di utilizzarlo in aree densamente popolate o la necessità di riesaminare i livelli massimi di residui di questa sostanza che, per legge, possono essere presenti dentro e sopra gli alimenti.[2]
Il caso Daniele Mandrioli: una vicenda che ha riacceso il dibattito
Negli ultimi mesi il tema è tornato al centro dell’attenzione internazionale a seguito della vicenda che ha coinvolto il ricercatore Daniele Mandrioli.
Mandrioli ha coordinato il cosiddetto “Global Glyphosate Study”, uno dei più ampi studi indipendenti mai realizzati sugli effetti del glifosato. I risultati pubblicati nel 2025 hanno evidenziato un aumento di diversi tipi di tumore nei ratti esposti alla sostanza anche a dosaggi considerati sicuri dalle normative vigenti.
Poco dopo la diffusione dei risultati, Mandrioli è stato rimosso dalla direzione del Centro di Ricerca sul Cancro dell’Istituto Ramazzini di Bologna. La decisione ha generato forti polemiche nel mondo scientifico. Alcuni ricercatori e membri del comitato scientifico internazionale hanno espresso preoccupazione per le possibili pressioni esterne, mentre l’istituto ha parlato di una riorganizzazione interna. La vicenda continua a essere oggetto di dibattito e interpretazioni differenti. [3]
Conclusioni
Per concludere, la cosa fondamentale che vogliamo sottolineare riguarda la trasparenza.
Un consumatore ha il diritto di sapere:
- dove è stato coltivato il grano;
- in quale Paese è stato raccolto;
- quali pratiche agricole sono state utilizzate;
- quanto è lunga la filiera;
- chi ha effettuato i controlli.
Più una filiera è lunga, più diventa difficile per il consumatore comprenderne tutti i passaggi.
Perché la provenienza del grano conta. Il grano non è tutto uguale.
Le normative agricole, i disciplinari di produzione e le pratiche agronomiche possono variare enormemente da un Paese all’altro.
In Italia, ad esempio, dal 2016 è vietato l’impiego del glifosato come disseccante in preraccolta del grano. In altre nazioni questa pratica è stata invece utilizzata per anni. Questa differenza rende ancora più importante conoscere l’origine della materia prima.
Quando leggiamo un’etichetta e troviamo indicazioni come:
- “Origine del grano: Italia”
- “Origine del grano: Sardegna”
- “Miscela di grani UE ed extra UE”
non stiamo leggendo una semplice informazione burocratica. Stiamo leggendo la storia di ciò che mangeremo. Un’etichetta può raccontare molto più del prezzo. Per anni il consumatore ha scelto principalmente in base al costo.
Oggi sempre più persone stanno iniziando a porsi domande diverse:
- Da dove arriva questo grano?
- Chi lo ha coltivato?
- Quanto ha viaggiato prima di arrivare sulla mia tavola?
- Posso conoscere la filiera?
Sono domande legittime. Una scelta consapevole parte dall’informazione.
Il tema del glifosato probabilmente continuerà a essere oggetto di studi, confronti e discussioni ancora per molti anni.
Nel frattempo, il consumatore dispone già di uno strumento semplice ma potentissimo: leggere l’etichetta.
Perché scegliere un prodotto non significa soltanto acquistare un alimento.
Significa sostenere un modello agricolo, una filiera produttiva e un modo di intendere il rapporto tra agricoltura, ambiente e salute.
E in un mondo in cui sappiamo sempre meno da dove arriva ciò che mangiamo, forse questa è la vera ricchezza da difendere.
[1] Estratto da “Che Spiga“, il servizio di Report curato da Manuele Bonaccorsi e trasmesso il 30 ottobre 2017.(…)
[2] https://www.airc.it/cancro/informazioni-tumori/corretta-informazione/vero-glifosato-un-erbicida-diffuso-mondo-cancerogeno
[3] https://corrieredibologna.corriere.it/notizie/cronaca/26_febbraio_14/istituto-ramazzini-daniele-mandrioli-licenziato-dopo-le-scoperte-su-glifosato-e-cancro-troppe-pressioni-da-produttori-e-lobby-e490b4f5-6095-486c-aab4-22cb9c9e5xlk.shtml




